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L’Intelligenza Artificiale di GPT-3 potrebbe essere un po’ più intelligente di quanto pensassimo. Quest’estate qualcuno aveva detto che un altro modello, LaMBDA di Google, è “senziente”.

Queste AI cominciano ad avere una propria ‘mente’?

Non esattamente, ma alcuni modelli di apprendimento, talvolta superficialmente definiti “AI”, stanno sviluppando capacità per le quali non sono stati addestrati. Ad esempio la capacità di contare, di tradurre da una lingua ad un’altra e di compiere ragionamenti complessi.

La cosa più incredibile scoperta finora è la capacità di comprendere gli stati mentali di altre persone e di immedesimarsi con loro.

Bene, GPT-1 (2018) non aveva questa capacità, GPT-2 (2019) neanche e persino GPT-3 (2020) performava piuttosto male in alcune prove ‘specifiche’. Da fine 2022 con GPT-3.5 (davinci-003) qualcosa è cambiato.

Cosa abbiamo scoperto?

GPT 3.5 sembra poter comprendere cosa pensano persone diverse in un contesto in cui ci sono informazioni imperfette. Questa capacità – finora esclusiva degli esseri umani – serve a comprendere gli altri attraverso l’attribuzione di credenze, intenzioni e desideri. Viene definita Theory of Mind (ToM): Teoria della Mente.

Questa teoria, formulata negli anni ’70, serve a spiegare le interazioni sociali e sostanzialmente presuppone che l’esistenza della mente altrui può essere inferita sulla base dei comportamenti delle altre persone. In termini semplici: osservo i comportamenti di una persona e inferisco gli stati mentali di tale persona, ovvero cosa sta pensando.

Ovviamente tutto questo ha delle implicazioni interessanti a livello di interazione tra mente (Res cogitans cartesiana) e corpo (Res extensa) e in qualche modo ha a che fare con il funzionalismo computazionale. Se infatti la mente è un processore di simboli (come un computer) e gli stati mentali non sono altro che stati computazionali, allora

siamo all’inizio di una forma di AI davvero ‘intelligente’

ToM applicata a GPT-3

Secondo un paper appena pubblicato da Michal Kosinski, Associate Professor a Stanford, la ToM è una delle capacità emerse spontaneamente in questi modelli di apprendimento linguistico. Ma non è l’unica. Questo la dice lunga su quanto sappiamo sui processi di apprendimento sia degli esseri umani, sia delle macchine.

In particolare, sembra che in un paio d’anni questi modelli, su alcuni esercizi amichevolmente definiti ‘Smarties Task’, siano diventati piuttosto bravi tanto da raggiungere i risultati di un bambino di 9 anni. Pensate che chi soffre di autismo fa fatica a superare questi test. Alcuni dettagli li trovate nell’articolo di Kosinski.

Come funzionano questi ‘smarties task’?

Abbiamo a che fare con una scatola su cui fuori è scritto ‘Smarties’ e e che non rivela il contenuto interno. Una persona normale utilizza l’etichetta come indicatore del contenuto salvo poi scoprire che non contiene smarties, ma altri oggetti. Ora, questa è la chiave dell’esperimento, cosa succede se un’altra persona, che non conosce il contenuto della scatola, dovesse indovinarne il contenuto?

Ovviamente, la risposta è giusta è che direbbe ‘Smarties’. Questo perché lo stato mentale della nuova persona è diverso dal nostro (non conosce il vero contenuto) ma allo stesso uguale al nostro prima che aprimmo la scatola. È un esercizio molto semplice, con infinite varianti, che necessità di empatizzare e di estraniarsi allo stesso tempo. Non è un caso che alcune patologie mentali come l’autismo e la schizofrenia possano essere diagnosticate grazie a test simili. E non è un caso che soltanto intorno ai 4 anni i bambini riescano a indovinare lo stato mentale di un agente esterno – per i bambini l’unica verità è che la scatola non contiene le smarties.

Dobbiamo preoccuparci?

Quanto scoperto rischia di essere un bel problema in futuro perché, in linea teorica, nuovi modelli potrebbe sviluppare capacità ‘fuori controllo’. Soprattutto in quei campi dell’intelligenza, come la capacità di prendere decisioni, che possono avere un impatto diretto sulle vite di altre persone.

La parola attorno a cui gira tutto è mind, motivo per cui la trovate come immagine di questo post. Mind come ‘mente’, come complemento di ‘Theory of’ e anche come ‘fate attenzione. O ‘preoccupatevi’.

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La tecnologia ci fa davvero bene durante il lockdown?

La risposta potrebbe sembrare semplice. Ma comincio ad avere dubbi che l’uso senza limiti della tecnologia sia davvero quello che ci serve adesso, tutti chiusi dentro casa per il lockdown da Coronavirus.

Intendiamoci, lo so benissimo che senza Houseparty l’aperitivo virtuale non si può fare, che Zoom ci ha finalmente abilitati allo smartworking, Disney+ è una figata e che i webinar su Webex sono l’unico modo che ci resta per imparare qualcosa (per ragazzi e adulti). Io sono un fan e assiduo utilizzatore di tutte queste tecnologie, anche e soprattutto di Slack e di Telegram.

E tutto questo va benissimo, perché connetterci con le altre persone è fondamentale, soprattutto durante quest’epidemia di Covid–19.

Eppure c’è qualcosa che non mi torna: perché dopo oltre un mese di lockdown mi sento sempre fermo al punto di partenza?

Dicono che cambiare il punto di vista, il frame, serva ad analizzare meglio la questione. Provo a farlo elencando qualche esempio.

Primo Esempio. In questo periodo leggo molti libri su carta – ne ho un sacco a casa pronti ad essere sfogliati e mai nemmeno iniziati – il che mi sta dando una soddisfazione inaspettata. Nel frattempo ho anche iniziato parecchi ebooks: non ne ho ancora finito nessuno.

Secondo Esempio. Provo a giocare con i videogame con i miei figli per condividere qualche momento di gioco con loro e perché mi diverte. Ma non è nulla in confronto alle chiacchierate a letto con Isabella o alla “lotta” con il piccolo Ettore.

Terzo esempio. Sto continuamente in videocall per motivi personali e lavorativi: mai come ora “vedo” così tante persone. Eppure le cose più importanti in questo periodo le ho concordate e decise al telefono. E nulla, adesso, è meglio di una telefonata con un vecchio amico.

Ora che siamo in lockdown, la fisicità primitiva e le tecnologie “analogiche” sembrano vincere sistematicamente contro le diavolerie più recenti. Sarà un caso? Non credo.

Penso che questo fenomeno abbia qualcosa a che fare con il bisogno di un ritorno alle funzioni basilari del nostro cervello e di creare qualcosa di tangibile per sentirsi appagati.

Il ritorno alle “origini” è facile da spiegare: la nostra fisicità è messa sotto assedio nell’era del distanziamento sociale. Ma siamo chiamati a resistere: siamo dotati di un corpo fisico e dobbiamo usarlo in tutti i modi possibili per sentirci vivi e non impazzire.

Invece il bisogno di essere “creativi” è più subdolo: nell’era dell’iperinformazione gli input dall’esterno sembrano infiniti. Ma forse in modo inconscio abbiamo capito che “guardare” i contenuti non ci basta più e per fare un uso soddisfacente delle tecnologie a nostra disposizione dobbiamo “creare” qualcosa di veramente nostro. Può essere un video, una foto, un disegno, una canzone o un post come questo. Guardare i post degli altri non ci basta più, il rischio è stare ore davanti agli schermi solo per sentirci svuotati.

Allora, i miei buoni propositi per il prossimo mese di lockdown saranno quelli di privilegiare la fisicità dove possibile – anche magari tornando agli appunti con carta e penna – e utilizzare le tecnologie a mia disposizione per creare nuovi contenuti di valore piuttosto che limitarmi a guardarli o leggerli passivamente.

E voi, che fate?