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Agile è un mindset: non è una metodologia né un’insieme di nozioni, non è fatto di pratiche né di processi. Essere agili significa abbracciare il cambiamento. Il cambiamento è il nostro percorso all’interno di moltissimi futuri possibili.

Questo post è un ‘breve’ racconto sui 3 giorni del Product Ownership Camp 2021 a Borgo Lanciano, dove si è parlato di Agile, Product Management, Coaching e molto altro. Il PO Camp Italy è Organizzato dai volontari dell’associazione Italian Agile Movement ed è giunto alla nona edizione. Il lavoro di Alessandro, Stefano, Gabriele, Fabio e di tutti gli altri organizzatori è stato fantastico, come eccezionale è stata la location (che non conoscevo).

Troverete alcuni spunti che reputo molto interessanti e, in ultimo, una piccola proposta per il prossimo PO Camp.

Premetto ringraziando Fabio Armani che mi ha invitato a partecipare al mio primo PO Camp (assieme ai colleghi Matteo e Veronica). La parola chiave di quest’evento, per me, è stata exaptation (esattamento o exattamento in italiano).

L’exaptation è la capacità di adattare ad una nuova finalità una caratteristica (fisica-biologica o mentale) nata per uno scopo diverso. Ad esempio le piume che abilitano gli uccelli al volo nascono con finalità di termoregolazione.

E già sento che la tanta conoscenza acquisita durante questi 3 giorni sarà adattabile e riutilizzabile in contesti molto diversi tra di loro e soprattutto da quello di origine. Faccio qualche esempio perché sia più chiaro per chi avrà voglia di leggere.

Il marketplace

Tutto ha avuto inizio al Marketplace: un “non luogo” dove si mercanteggiano i contenuti (ognuno propone argomenti che vuole affrontare o che vuole che altri affrontino) per organizzare l’un-conference, una non conferenza senza programma predefinito e senza regole troppo stringenti, per stimolare creatività e partecipazione.

La base di tutto è la legge dei 2 piedi (two-feet law): s’incentiva a sbirciare in giro alle sessioni senza paura di dover restare alla fine e addirittura sì potrebbe anche decidere di non partecipare affatto.

Tutto questo funziona e si potrebbe applicare a qualunque programma che normalmente immaginiamo organizzato monoliticamente e metodicamente. Rispetto ad altre un-conference a cui avevo partecipato, qui i principi sono stati rispettati in modo ferreo e nulla era pianificato.

Agile Music

Fabio Armani, in un suo talk davvero coinvolgente, ha parlato di mindset agile applicato alla creazione/produzione musicale. Ovviamente questo apre all’applicabilità del mindset in qualunque ambito di produzione creativa, magari con qualche revisitazione dei 4 valori dell’agile manifesto.

Probabilmente è facile intuire per tutti quanti conoscono un po’ di musica quanto sia vicino il concetto di interplay al mantra dell’adaptation della business agility.

Continuous Disclosure

Raffaele Colace di 20Tab ha raccontato il suo punto di vista su come introdurre un mindset agile in un’azienda, portando la propria esperienza. Centrale in tutto il discorso è stato il Ciclo di Deming e il concetto di continuous improvement attraverso la trasparenza all’interno dell’azienda.

Il Ciclo di Deming (o PDCA).

Gli interventi dei partecipanti hanno aggiunto ulteriore valore consigliando, a chi come noi sta per affrontare una transizione, alcune buone prassi:

  • lead by example e non un cambiamento calato dall’alto
  • un gruppo di sostenitori e non solo un gruppo di change agents
  • mantenere un cambiamento graduale e non a scatti
  • focus sull’outcome e non sul metodo
  • iniziare dal basso (dall’operatività) ma con un supporto silenzioso del management
  • condividere continuamente (anche con gli information radiator https://www.agilealliance.org/glossary/information-radiators/)

Gli “imbucati” del Backlog

L’intervento di Stefano Cocci si è focalizzato sostanzialmente sugli interventi AGT (a gamba tesa). Ok, finamola qui con gli acronimi.

Gli interventi a gamba tesa sono quelli che rendono difficoltoso il lavoro vero e proprio. Possono arrivare dall’esterno o dall’interno del gruppo di lavoro, ma ancora peggio potrebbero arrivare da stakeholder esterni non identificati all’inizio. È importante quindi fin da subito portare al tavolo chi è incaricato di FARE le cose (gli operativi) e sentire sempre “gli utenti” ovvero mappare tutti gli stakeholder.

L’intervento di Francesco ha aggiunto uno strumento al toolbox dei partecipanti (almeno per chi come me non lo conosceva): la matrice di interesse vs potere.

Matrice Interesse vs Potere (appunti)

Altrettanto interessante è stata la rappresentazione che sempre Francesco ha fatto della sfera di influenza vs deliverables.

Problema e Soluzione (appunti)

Il tema centrale – in cui mi ritrovo moltissimo – penso sia che troppo spesso ci concentriamo sui deliverables invece che sui goals. E questo è una conseguenza naturale del fatto che spesso gli esperti non conoscono sufficientemente il dominio del problema. Anzi, quasi sempre…

gli esperti fondano la propria conoscenza sulla soluzione e sul know-how tecnico di come si realizzano i deliverables invece che sulla conoscenza del problema

Refinement

Danilo Pasqualini ha guidato una tavola rotonda molto più verticale su un processo ongoing della metodologia Scrum: il Product Backlog Refinement (o solo refinement, precedentemente chiamato anche grooming). Il refinement è, cito la scrum guide:

“[…] l’azione di aggiungere dettagli e stime e di riordinare gli item del product backlog. È un processo continuativo nel quale il Product Owner e il Team collaborano sui dettagli degli item del backlog”

Refinement secondo la Scrum Guide.

Sono emerse una serie di best practice sul refinement applicate dalle persone intervenute alla tavola rotonda nel proprio lavoro quotidiano ed ha assunto uno spazio cruciale nella conversazione il cosiddetto ping-pong time: il tempo impiegato a recuperare tutte le informazioni necessarie ad iniziare una lavorazione.

Si è ribadito che un saldo criterio per definire quali item del backlog possono essere lavorati è quello dato dall’acronimo INVEST (independent, negotiable, valuable, estimatable, small, testable).

Product Team

Gabriele Giaccari di 20tab, che sta organizzando il Product Management Day, non poteva non incentrare il suo intervento sul tema del prodotto.

La figura del product owner testimonia ovviamente la centralità del prodotto all’interno del mindset agile. La centralità del prodotto significa voler creare un team di ‘missionari’ votati alla qualità realizzativi piuttosto che ‘mercenari’ che si limitano a ‘lavorare’. Tale approccio travalica i limiti del prodotto in senso stretto. Questo significa privilegiare l’outcome all’output ma addirittura pensare ad un impact più che un outcome: il product owner (o alcuni direbbero product manager) vuole migliorare il mondo.

Experiment

Stefano Leli ha proposto una session dedicata ad uno dei principali pilastri del mindset agile: la volontà/capacità/possibilità di fare esperimenti. Esperimenti misurabili, certo, magari in modo continuativo, ma soprattutto basati su ipotesi falsificabili.

Perché un esperimento abbia senso, dev’essere ideato e strutturato per far sì che metta in discussione l’ipotesi che si vuole provare, così da avere delle solide basi nel caso in cui l’esperimento abbia successo oppure invalidare l’ipotesi in modo robusto nel caso in cui fallisca.

L’esperimento inoltre dev’essere gestito seriamente con una durata definita, un perimetro di controllo e una misurabilità continuativa.

La sperimentazione è sfidante: quali aziende davvero si possono permettere di sperimentare liberamente?

Decision Making

Francesco Racanati ha messo in dubbio le convinzioni di tutti noi sul decision making, sulla scorta del libro Adaptive Decision Making di Gary Klein.

Lo studio di Klein si è basato su contesti in cui le decisioni vengono prese in emergenza e in modo istantaneo e sembra mettere in discussione quanto propugnato da Kahnemann e Tversky relativamente al processo decisionale umano.

Ma perché questo focus sui processi decisionali? Perché per Francesco (e tutti concordavano)

una delle vere differenze tra un agilista e un non agilista è nel decision making

In particolare, un agilista sa abbracciare il cambiamento e applicare assieme conoscenze tacite e conoscenze esplicite – quest’ultime le uniche di solito sfruttate dal management tradizionale.

L’argomento è denso e mi auguro che sarà approfondito in successivi incontri della community dell’agile movement.

Coaching

Con tutti i coach presenti, non mi ha stupito trovare un panel dedicato all’analisi delle differenze tra coach e coach agile, proposto e gestito da Daniela ‘Didi’ Rinaldi ed Emanuele Moscato.

L’accordo si è raggiunto su una sostanziale convergenza del concetto di Coach e Agile Coach in termini di ‘coaching’ (il gioco di parole è voluto). L’agile coach rientra infatti nell’ambito del coaching e mantiene l’accountability sul cliente, ‘limitandosi’ a sbloccare un potenziale su un obiettivo definito a monte. Cosa diversa è invece il‘consulente agile che è un attore del cambiamento e ne definisce i passi in modo più serrato e più calato dall’alto. A noi, aziende in fase di transizione, comprendere di cosa abbiamo bisogno. Un’idea? Forse entrambi e magari in fasi diverse.

Retrospective

L’evento non poteva che chiudersi con una retrospective in stile ‘Glad – Sad – Mad’. I commenti, raccolti in post-it giganti saranno l’input per la prossima iterazione del PO Camp.

PO Camp X

A proposito, il prossimo sarà il PO Camp X (ovvero dieci) e promette di alzare il livello: maggiore comunicazione esterna, migliore networking tra i partecipanti e una struttura ancora più leggera.

Cosa mi piacerebbe trovare l’anno prossimo?

A beneficio dei ‘nuovi’ ma anche dei ‘veterani’, nella magnifica location di Borgo Lanciano (confermata per il 2022), si potrebbe organizzare un’accoglienza esplorativa, una sorta di induction ‘forte’. Mi aspetterei un’accoglienza ridotta al minimo e una scoperta della non-struttura dell’unconference con una sorta di caccia al tesoro. Ovvero: prese le chiavi della stanza una serie di indizi dovrebbe far convergere gli invitati nella location della prima sessione di marketplace senza che ci sia nulla di predefinito e organizzato. Un serious game che permetta a tutti ancora di più di immergersi nel mindset giusto per 3 giorni di esplorazione. E poi, ovviamente, aperitivo in piscina come premio finale.

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